Uscita notturna, ovvero l’incomparabile incanto della notte

Ieri sono andata con i miei colleghi a fare un po’ di scialpinismo notturno. Di  notte è tutto diverso, forse più bello, certamente più affascinante, talmente lontano dall’ordinario. Forse il bello sta proprio nel fatto che qualsiasi attività, qualsiasi luogo, per quanto familiari, di notte assumono nuova sostanza, una veste diversa che porta a riscoprire ciò che pensavamo di conoscere così bene, come se fosse la prima volta.

La montagna in notturna ormai è per me un appuntamento fisso, una certezza. Il motivo è lo stesso che ci ha spinto ieri, appena usciti da lavoro, a mettere gli sci ai piedi invece di sederci a tavola per cena: il tempo. Mi ossessiona l’idea di essere derubata del mio tempo e cerco disperatamente di riprendermelo indietro come posso.

Ecco quindi una serie di importanti ricordi notturni: la prima volta che ho fatto backountry, la  prima uscita di scialpinismo e la prima volta che ho sciato, la mia prima cascata di ghiaccio…e poi tutta una serie di altre uscite, perché se una cosa e bella non c’è motivo per smettere.

Ieri c’era la nebbia e la luna era nascosta dietro chissà quale angolo della terra. In poche parole: non si vedeva niente!

La privazione della vista amplifica esponenzialmente tutti gli altri sensi; e così ogni rumore, ogni profumo, ogni gesto ne sono accresciuti, belli e pieni. Riscopro tutto questo come qualcosa di familiare, sensazioni che ho già vissuto diverse altre volte e che non mi si sono mai scrollate di dosso.

C’è una cosa, in particolar modo, che mi colposce profondamente. È la bellezza disarmante alla quale non siamo e non saremo mai abituati. Anche stavolta ho avuto la fortuna di superare la nebbia e ritrovarmi avvolta in un cielo enorme e pieno di stelle impossibili da contare, di guardare in basso e non poter vedere la città nascosta dalla foschia accesa di rosso dalle luci della civiltà. Qui, dove tutto è bianco e nero, si ha l’impressione di essere dalla parte giusta e, meravigliosa consapevolezza, nel posto giusto, come se nel mondo non esistesse luogo migliore di questo. Una pace, una quiete impagabili. E si prova quasi una leggera pena per noi stessi che di solito ce ne stiamo a soffocare lì sotto, inconsapevoli, persino non curanti dello spettacolo che è in scena qui in alto, ogni giorno, da quando è nata la terra, con o senza di noi.

Riassumere una lunga salita in qualche minuto di discesa resta pur sempre una gioia pura; chiunque abbia sciato di notte, nel buio pesto, sa cosa significa affidarsi solo alle sensazioni, sa cosa si prova nel sentire la neve toccare le lamine come se fossero prolungamenti dei propri piedi.

È stato uno di quei momenti, cercati e agognati, in cui posso sentirmi davvero bene, davvero felice, quando tutto il resto scompare e resta soltanto ciò che è qui ed ora. Quella che per me è l’unica felicità possibile: essere felici qui ed ora.

Frontali e giacche sgargianti sono le uniche certezze. Per il paesaggio intorno: munirsi di fantasia.

Frontali e giacche sgargianti sono le uniche certezze. Per il paesaggio intorno: munirsi di fantasia.

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LA NUIT DE LA GLISSE – “Addicted to life”

Domenica scorsa sono stata ad Annecy ad assistere alla première di “Addicted to life”, un film di La Nuit de la Glisse”, firmato da Thierry Donard.

In francese il termine glisser significa scivolare: se lo traducessimo letteralmente in italiano avremmo La notte della Scivolata, che mi farebbe pensare a tutto tranne che a degli sport “estremi”. Ma glissiamo (ebbene si, scivoliamo!) su questi particolari e torniamo alla glisse, o meglio, a tutti gli sport di glisse che ritroviamo in questo film. Che si tratti di farlo sulla neve, sull’acqua, sulla terra o sull’asfalto, l’importante è scivolare! Sci, snowboard, surf, kitesurf, kayak, wingsuit, vtt, skateboard…questi sport si intrecciano tra di loro nel corso del film, si mescolano quasi, seguendo un unico filo conduttore che li lega indissolubilmente e che troneggia nel titolo: l’assuefazione alla vita.

Un bel punto di vista per raccontare passioni più che sport, che hanno cambiato la vita dei protagonisti e che spesso glie la fanno rischiare. Ne vale la pena? La domanda è retorica e la risposta scontata.

Una parte del cast del film "Addicted to life"

Una parte del cast del film “Addicted to life”

La pecca di questo film è che a un certo punto si incastra un pochino, nelle parti dedicate al surf, insistendo un po’ troppo sugli stessi argomenti: onde enormi, onde enormi e, ancora, onde enormi. Sarebbe bastato anche qualche minuto in meno.

Una manciata (e oltre) di minuti in più avrebbero dovuto dedicarli invece al kayak. Si, al kayak, da sempre protagonista del mio più totale disinteresse, qui in questo film mi ha interessato eccome! Un fiume impetuoso, gelido, gonfio da morire e spaventosamente assordante…Ti dici “no, non vorrà mica scendere di qua”…E lui si, ci scende, e lo fa in maniera spettacolare mentre a te pare di gelare ed affogare al solo guardarlo.

In ogni caso, un altro bel film da gustare per tutti coloro che sono assuefatti alla scivolata glisse.

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Un anno di nostalgia abruzzese

Un anno senza tornare:

Inizio a sentire, forte come una fiamma sulla mia pelle, i sapori, gli odori, i colori della mia terra. Chi dice che rinnego, chi dice che dimentico, non ha capito niente. Non sa quanto è forte l’Abruzzo nelle mie vene. E forse non lo sapevo neanch’io: non ci ho pensato affatto mentre me ne allontanavo, guardando un mare che non mi ha dato molto. Il mio cuore è più dentro, nella terra, nei prati, nelle rocce…avvicinandosi ai monti, il mio cuore palpita come la terra sotto gli zoccoli dei cavalli. Ardente, ardente è la mia terra bianca come la neve, rossa come il fuoco. Dentro di me porto il sapore del suo cibo e l’odore forte dei suoi pascoli, la durezza del calcare e quel senso di immenso che ti travolge come una folgore sulle cime dei due Corni. Mamma Majella. Papà Gran Sasso.

E poi, il ritorno (breve, brevissimo, ma tanto desiderato!):

Tornare a casa dopo un anno è stata un’esperienza travolgente. Mi ha colpita come un pugno in faccia. Mi ha stretto il cuore quanto non me lo sarei mai aspettata. Mi ha fattochiedere come abbia potuto vivere tanto tempo in una città simile. E mi ha mostrato la risposta nei volti splendidi dei miei amici.

Foto: A. Marucci

Foto: A. Marucci

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Assenza (in)giustificata

Ho sempre pensato che tenere un blog non fosse affatto una cosa semplice ed è per questo che ho tanto esitato prima di crearne uno, per non rischiare poi di trascurarlo e, ancora peggio, abbandonarlo al proprio destino nel dimenticatoio. Ma la voglia di accingermi in questa nuova avventura era tanta e molto più forte di qualsiasi timore.

Ora mi scontro con la realtà, con la certezza che si, tenere un blog è difficile perché non amo scrivere tanto per riempire una pagina ma amo farlo con passione ed impegno. E passione ed impegno significano innanzitutto una cosa: tempo. Ah, il tempo, magnifico tesoro che non è mai abbastanza; in particolar modo me ne sento un po’ priva da un anno a questa parte. Qualcuno direbbe che ciò che manca veramente è l’organizzazione. Ciò che è certo è che manca qualcosa che nell’ultimo periodo non sono riuscita a colmare. L’esigente lavoro cerca di portarmi via tutto ed io lotto per mantenere i miei spazi riempiendoli di nuovi impegni, nuovi progetti che mi appaghino. In tutto questo la montagna stenta a farsi spazio e ancora mi ritrovo a chiedermi come sia possibile, visto che è la cosa che più amo e desidero nella mia vita. In mezzo a tutte queste considerazioni sparse un pensiero ammirato va ai blogger che sempre trovano tempo e argomenti da mettere nero su bianco: tanta stima!

Buona scrittura a che scrive, buona montagna a chi ci va e bon courage a me che mi impegnerò per riuscire ad incastrare tutto nel mio puzzle quotidiano. A presto… promesso!

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Ailefroide #2: il ghiacciaio sepolto, ovvero il Glacier Noir

Svegliarci nel tepore di una stanza circondata dal sole non ci lascia certo rimpiangere il campeggio che abbiamo lasciato. Dopo la colazione decidiamo di andare a fare una camminata/corsa alla scoperta del Glacier Noir. Gli Ecrins pullulano di ghiacciai, davvero, ce ne sono a centinaia e questo significa che non è certo qui che troveremo la folla: le persone vogliono paesaggi idilliaci e spettacolari all’altezza delle loro foto, non certo un ghiacciaio nero ricoperto di detriti in una valle angusta dove non c’è quasi mai il sole. La prima parte del sentiero è in comune con la strada per il frequentatissimo Glacier Blanc, ma una volta al bivio le nostre previsioni si avverano: siamo soli, sul percorso incontriamo solo una manciata di persone e l’effetto solitudine è garantito; fortunatamente, perché non c’è molto spazio in questa cresta affilata che si innalaza ripida sulle rocce.

Lo stretto sentiero sopra il ghiacciaio ed il paesaggio che si dischiude pian piano ai nostri occhi.

Lo stretto sentiero sopra il ghiacciaio ed il paesaggio che si dischiude pian piano ai nostri occhi.

Il luogo è magnifico, circondato da pareti che tolgono il fiato: è la prima volta che le vediamo perché questo versante è nascosto alla vista di chi resta a valle. Completamente ignoranti cerchiamo di indovinare le cime, i picchi e le linee, di rievocarne il nome:  il Pelvoux, il Pic Sans Nom, l’Ailefroide ci mostrano fieri il loro versante nord, oscuro e ripido, ricco di verticali linee di ghiaccio che ne sottolineano lo slancio. Non conosco la storia di queste linee e mi domando curiosa chi abbia fatto cosa e con quanta audacia. Di fronte a queste pareti, sul versante meridionale, ce ne sono molte altre, più soleggiate ed asciutte: la Grande Sagne, la Barre Noire e, imponente e gloriosa, la parete sud della Barre des Ecrins. Incredibilmente diversa dalla pala innevata che siamo abituati a vedere nelle foto, da questa prospettiva è davvero irriconoscibile; e mentre a centinaia ne calpestano la cima ogni giorno attraverso i suoi pendii più dolci, solo pochissimi hanno potuto toccarne questo lato nascosto e severo.

Il Pelvoux, il Pic Sans Nom, le magnifiche pareti e le innumerevoli linee

Il Pelvoux, il Pic Sans Nom, le magnifiche pareti e le innumerevoli linee

L’austerità del luogo appare ancora più evidente quando scorgo, nel caos della morena, dei minuscoli puntini che si spostano lentamente e che, man mano che si avvicinano, prendono la forma di due alpinisti. La curiosità mi assale: voglio sapere da dove vengono, cosa hanno fatto, vedere nei loro occhi ciò che non posso vedere che da lontano. Eccoli che arrivano: “o sono polacchi o sono inglesi” dico ad Enrico. “Buongiorno! Da quale parete arrivate?”. Mi chiedono di parlare lentamente: sono inglesi e non capiscono bene il francese. Ci raccontano di arrivare da una faticosa ritirata: hanno passato la notte sul ghiacciaio (come testimoniano i loro grossi zaini) e di aver attaccato all’alba una via di roccia sul Pic Sans Nom: 700 metri di 6b+ completamente da proteggere. Hanno passato la mattinata sul primo tiro a combattere con la roccia marcia, rallentati e minacciati da scariche di pietre sulle loro teste, finché buon senso e spirito di autoconservazione li hanno costretti a girare i tacchi. In effetti i loro visi non erano i più freschi del mondo. Ci intratteniamo un po’ con loro: ci raccontano che, pur essendo entrambi inglesi, si sono conosciuti qui nel Briançonnais. Uno di loro si è trasferito a Les Vigneaux, un villaggio a pochi kilometri da Ailefroide, circa un anno fa e l’altro è arrivato sugli Ecrins per consacrare il suo anno sabbatico all’alpinismo. E a quanto pare ci sta riuscendo bene. Il vento comincia a sentirsi sempre più fresco sui nostri vestiti leggeri e così salutiamo i nostri due amici e ci rimettiamo sulla via del ritorno. Sono stati molto disponibili di fronte alle mie domande, soddisfando la mia sete di storie ma mettendomi addosso un’indescrivibile fame di azione. Adoro correre leggera per i monti ma non posso trattenere l’invidia nei confronti di chi marcia zaino in spalla e scarponi ai piedi. Le piccozze che portano dietro la schiena e i ramponi che si indovinano nel fondo del loro sacco sottolineano che la mia corsa, seppur piacevole e veloce, si fermerà laddove solo loro proseguiranno. Ed io lo so che è proprio lì dove sono costretta a fermarmi che si aprono davvero le danze. Enrico invece ignora tutto questo: non sa cosa c’è “più in là”, non l’ha mai visto e non sa neppure se possa piacergli. Per questo motivo, per fargli toccare il più possibile da vicino quello che, seppur non ancora alpinismo, ne è comunque la base, decidiamo di ingaggiare una guida alpina per il giorno dopo. E, soprattutto, perché io muoio dalla voglia di risentire addosso quella dolce, amata pesantezza (e vorrei poter ricominciare tutto ciò che ho lasciato in sospeso e che sempre mi accompagna, nei pensieri e nei sogni, quando penso a certe linee che vorrei percorrere un giorno e che sarebbero la gioia suprema della mia vita…i miei sogni…).

(Continua…)

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Ailefroide #1

Tornata da poco dalle vacanze, cerco di trovare pace nei progetti, di tamponare con l’ambizione la ferita pulsante del distacco: mi sono perdutamente innamorata degli Ecrins e ho maledetto mille volte la strada che mi riportava a casa mentre venivo strappata da questo luogo stupendo che è Ailefroide e lasciavo il mio cuore in mezzo ai ghiacci e ai sassi.

Incastrata tra le montagne in fondo alla valle che prende il suo nome, Ailefroide è un piccolo agglomerato composto solo di qualche casa di villeggiatura, un paio di negozi di montagna e altrettanti alimentari; tutt’intorno si estende un immenso campeggio, il più grande (e il più bello) che io abbia mai visto. D’estate l’afflusso di persone è enorme e facilmente spiegabile: qui ci sono migliaia di sassi per i boulderisti, centinaia di falesie e altrettante vie lunghe per gli arrampicatori, un’infinità di sentieri per gli escursionisti; e poi ci sono gli alpinisti. Questi ultimi non sono moltissimi rispetto al resto della fauna che popola questo posto, perché l’ambiente è grandioso, austero, intimidente e non c’è nessuna funivia a sostituire le tue gambe nelle ore di marcia che ti separano da qualsiasi cosa tu voglia fare, alpinisticamente parlando. Ma il campo d’ azione è immenso per l’ uomo che sa navigare nella sua vastità e nel suo infinito potenziale.

Ailefroide vista dall'alto di una delle innumerevoli vie lunghe che la circondano

Ailefroide vista dall’alto di una delle innumerevoli vie lunghe che la circondano

Poi, in autunno, Ailefroide chiude i battenti. Il campeggio si svuota, le attività chiudono e tutti se ne tornano a casa. La valle resta silenziosa e, con l’arrivo della neve, ancora più isolata. E’ quando la neve si assesta che cominciano a farsi vivi i primi scialpinisti (o gli alpinisti più avventurosi in cerca del ghiaccio e del misto più selvaggi).

C’è solo un uomo che abita quasti posti anche d’inverno, anche quando non c’è nessun altro nel raggio di kilometri. Per tutto l’anno e senza sosta, dal paese di Pelvoux, André Buisson sale ogni giorno ad Ailefroide (pochi kilometri più in alto) per lavorare alla sua buvette “Le Pas la Rosse”. Quando nevica la strada viene chiusa ma lui, nello splendore della sua età da pensione, parte comunque ogni giorno, sci ai piedi, per una mezz’ora di marcia in salita, trascinando tutti i rifornimenti di cui la sua attività ha bisogno. La buvette è talmente discreta che non ci eravamo neppure accorti della sua esistenza. L’abbiamo scoperta l’ ultimo giorno di vacanza e l’abbiamo trovata magnifica come un piccolo rifugio: delle panche in legno, una stufa, libri da consultare, piccole finestre che rendono l’ atmosfera morbidamente intima. Mi piace l’idea di tornarci, quest’inverno, per trovare il silenzio e la solitudine dove ho sempre visto una folla festosa, e farmi accogliere in quel bianco deserto dal signor Buisson, il “custode” di Ailefroide.

(Continua…)

 

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Il primo trail non si scorda mai

Se le mie gambe potessero pensare,cosa penserebbero di me? Mi odierebbero? Mi sarebbero grate? Tutto ciò che so è che ora sono inchiodate e rigide come pezzi di legno doloranti. Costretta dal lavoro a stare in piedi tutto il giorno (il lunghissimo, interminabile giorno) sogno di sentirle tornare come prima; anzi, sogno di non sentirle affatto, come solo in assenza di dolore può succedere. Ma la mia testa è leggera, beata, ancora inebriata dalla scorpacciata di endorfine che domenica mi sono concessa. Domenica ho partecipato alla prima gara di trail della mia vita. Correre non è mai stata la mia disciplina: a scuola ho sempre e solo corso i cento metri (non un metro di più), non ho mai amato uscire di casa al mattino ad allenarmi per le strade, non sono mai riuscita a correre più di 10 minuti senza che i dolori mi costringessero a fermarmi. Ma un anno fa mi sono trasferita qui, a due passi dalla natura e delle montagne, e qui mi è venuta voglia di uscire, di tentare e ritentafere; finché quei 10 minuti sono diventati  mezz’ora, poi un’ora, poi due. Correre ha cominciato a piacermi, eccome. Ed eccomi quindi a Pralognan, sotto l’arco di partenza di questa gara che si snoda lungo 15 km per 600 metri di dislivello (per molti poco più che una passeggiata!), con le gambe svuotate dalla paura di non farcela perché 15 km non li avevo ancora mai corsi. Ma le gambe vuote mi si sono riempite un attimo dopo essere partita e mi hanno sostenuto, forti come non credevo, fino all’arrivo. La cosa più bella è stata conoscermi, capire che ne sono capace, stupirmi nel vedermi passare avanti, resistere, andare veloce a tal punto da chiedermi: sono davvero io questa che corre? sono davvero mie queste gambe? Si, ero io che sudavo, resistevo e davo tutto il possibile; ero io che me la godevo follemente!

La partenza è stata incredibilmente emozionante ed i primi metri quasi surreali, avvolti nel silenzio e in un diffuso scalpiccìo di passi tutt’intorno alle mie orecchie. È stato bellissimo confrontarsi, vedersi schizzare affianco velocissimi corridori e pensare di poter essere come loro, un giorno; ma anche, naturalmente, scoprire di essere più veloce di altri, prova incontestabile che non c’è solo il talento (perché in questo caso dubito fortemente di averne) e che l’allenamento paga sempre. Ed è stato bellissimo essere incitati continuamente da persone che, pur essendo perfetti estranei, con i loro applausi sono riuscite a sostenermi e ad alleviare la fatica.

Il momento più bello di tutta la gara sono stati gli ultimi trecento metri. In quei trecento metri ho dato tutto e anche di più e le persone intorno mi hanno dato altrettanto. Enrico che mi aspettava ha percorso con me qualche metro per farmi coraggio: preziosissimo coraggio, visto il mio cuore impazzito e le gambe in fiamme lanciate in questa folle corsa finale. Rifarei tutto daccapo anche solo per quegli ultimi trecento metri. Endorfine, secchiate di endorfine. Mi sono sempre chiesta cosa spingesse la gente a fare cose simili. Ora lo so e non posso più smettere.

Il ritratto più vero, un attimo dopo l'arrivo.

Il ritratto più vero, un attimo dopo l’arrivo.

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Esco a fare due passi: La Montée du Nid d’Aigle

Ho le scarpe bagnate, i pantaloncini bagnati, la t-shirt bagnata, anche il pile che avevo nello zaino è bagnato perché lo zaino è ancora più bagnato. Fradicia dalla testa ai piedi, me ne sto al riparo in una baita insieme a centinaia di altre persone fradice almeno quanto me. Il Monte Bianco riempie le finestre con la sua imponente vista ed è vicino, talmente vicino che sembra di poterlo raggiungere in un attimo.

Ho appena terminato la “Montée du Nid d’Aigle e non potrei stare meglio. Potrei solo essere più asciutta ma questo è solo un ridicolo dettaglio. Sto così bene che potrei reinfilare in spalla il mio minuscolo zaino e rimettermi in marcia verso quella meravigliosa cima.

La Montée du Nid d’Aigle è un trail che, partendo da Le Fayet (una frazione di Saint-Gervais-les-Bains a qualche km da Chamonix) si inerpica per villaggi e sentieri fino ad arrivare, appunto, alla cima del Nid d’Aigle a 2.380 m. Il percorso è lungo circa 20 km e affronta 1900m di dislivello positivo, il che significa che bisogna salire, salire e ancora salire (esclusivamente salire!). Pur essendo un trail è aperto anche ai randonneurs, cosa che lo rende un evento molto popolare e che mi ha spinta ad iscrivermi senza remore né paure.

montée nid d'aigle

Io e la mia collega (di lavoro e, in questo caso, d’avventura) partiamo coi randonneurs alle 7 di mattina sotto una pioggerellina fine che non ha fatto che aumentare durante tutta la salita fino a diventare un vero e proprio acquazzone. Non ho mai preso tanta acqua in vita mia e posso giurare che una volta in cima avevo le mani e i piedi rammolliti come dopo un lunghissimo bagno. Ma questo non mi ha demotivata neanche per un istante. Avrei davvero potuto continuare ancora per ore, anche perché il ritmo che abbiamo tenuto è anni luce lontano da quello a cui sono abituata a tenere con Enrico; lui non lo avrebbe mai sopportato, sarebbe morto come uno squalo ridotto all’immobilità, ed è per questo che ha voluto partecipare come corridore…un debutto in gran stile come prima gara della sua vita!

partenza corridori

La partenza dei corridori

 

I corridori partono alle 8,30 e dopo circa un’ora e mezza i primi extra terrestri già ci superano come treni, sgocciolanti di pioggia e sudore. Mi viene da pensare a come sarebbe bello farsi un giro con le loro gambe, anche solo per un giorno! Ma nel pensarlo mi rendo conto di quanto le mie, nel loro piccolo, mi stiano dando soddisfazioni che non avrei mai immaginato. E soprattutto, per tutto il percorso e anche sulle salite più ripide, le mie fedeli compagne non sono state mai stanche. La sensazione è straordinaria ma allo stesso tempo ho voglia di sforzo, vedo i corridori soffrire e voglio soffrire anch’io, così mi concedo qualche accelerata. Enrico, che nel frattempo ci ha superato ed è già arrivato da un po’, deve aver telepaticamente captato la mia voglia di correre, così mi chiama, mi dice che tra poco sarà costretto a salire sul trenino che porta a valle e mi chiede se penso di fare in tempo a portargli le chiavi della macchina, altrimenti molto probabilmente morirà congelato. Il che mi spinge a dare tutto nell’ultima, interminabile salita. Mi chiedo cosa avranno pensato i presenti nel vedermi arrivare correndo e continuare a correre ben oltre il traguardo, verso il rifugio dove Enrico mi aspettava! Accaldata dal movimento non mi rendo neanche conto di quanto faccia freddo…in ogni caso ho ancora un’ora e mezza di attesa per accorgermene distintamente. In effetti, trattandosi di un trail unicamente in salita, la discesa si svolge su un trenino a cremagliera che, ad intervalli orari molto poco frequenti, dal niNd d’Aigle porta a Le Fayet e viceversa. Il rifugio offre scene post gara davvero emblematiche che vanno dalla felicità e soddisfazione di alcuni alla sofferente agonia di altri. Io sono al settimo cielo, non fosse altro che per la vista del signor Monte Bianco ad un palmo dal mio naso.

Il Monte Bianco ad un palmo dal naso

Il Monte Bianco ad un palmo dal naso

E così, nell’estasi di sogni mescolati a progetti, la mia ora e mezza d’attesa passa senza che neanche me ne accorga. Quello che ancora non so, però, è che il trenino non mi porterà ai miei vestiti asciutti nella ventina di minuti che mi aspettavo ma ci metterà, tanto per cambiare, un’ora e mezza. Alla fine di questo interminabile viaggio in compagnia di tanti zombie quanto non se ne erano mai visti sullo stesso treno, eccoci di nuovo (e finalmente) nel luogo della partenza, dove eravamo parecchie ore e molti kilometri fa. Dove conto di essere anche l’anno prossimo, non per camminare ma per correre, perché anche se ho adorato tutto e me la sono goduta alla grande, non ho potuto fare a mene di invidiare quelli che hanno sofferto, schiumato e vissuto questa corsa molto più di quanto possa averlo fatto io.

In ogni caso, un’altra magnifica esperienza e ancora altri posti e altri paesaggi impressi per sempre nell’anima.

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Buon anniversario Chambéry

Il 13 maggio 2013 siamo arrivati in Francia con l’intenzione di restarci ;dopo aver girovagato per le città alla ricerca di un posto che facesse per noi, finalmente siamo arrivati a Lione e ci siamo rimasti per due mesi. Lione è una città bella, viva, piena d’arte e di storia; ma per me personalmente è stata una prigione. Non riuscivo a capire perché ci stessi così male; fatto sta che avevo sempre voglia di evadere, di allontanarmene, o di rinchiudermi apaticamente dentro casa. Un giorno, cercando un luogo non troppo lontano dove poter correre, ci siamo ritrovati in un piccolo boschetto in periferia…ed è stato lì che ho capito. Correvo, ridevo, godevo degli alberi, dei profumi, dei colori…come un cavallo, da tempo rinchiuso, finalmente liberato in un prato. Io ho bisogno della natura. Non è voglia, è bisogno. Dopo due mesi di città, in quel minuscolo bosco, ero la più felice delle creature. Dopo qualche giorno abbiamo fatto le valige.

E così il 6 luglio dell’ anno scorso siamo venuti a Chambéry.

Avevamo visitato questo posto per caso e subito ci era piaciuto. Chambéry è una città piccola, abbastanza piccola da non farmi sentire in gabbia. Se posso lasciare l’ auto a casa e posso andare ovunque a piedi o in bicicletta, allora posso essere felice. È un posto particolare, o lo ami o lo odi. Il fatto che sia una città universitaria non le impedisce di essere comunque una città morta. I giovani si rinchiudono nei locali e tutto intorno resta deserto. Passeggiando la sera aper il centro non incontri quasi nessuno e uno strano silenzio avvolge le strade. Può non piacere ed è comprensibile, ma io personalmente lo adoro. Come d’altra parte adoro l’esplosione di vita del mercato al mattino, il vivace via vai in piazza, la passeggiata che ti fa sentire in vacanza anche poco prima di andare al lavoro, il carillon che, due volte al mese, fa uscire la sua musica dal castello dei Savoia e la lascia rimbalzare sui muri, srotolarsi per le vie ed entrare nelle orecchie avvolgendoti i in un’atmosfera beata e senza tempo.

Il castello dei Savoia e le montagne di casa

Il castello dei Savoia e le montagne di casa

Amo Chambéry anche se piove, anche se fa freddo, anche se non ho mai avuto tanta voglia di calore in vita mia, anche se mi ci è voluto un anno per sentirmi a casa. Perché in nessun altro posto finora mi sono sentita talmente a casa.

Lungo la "passeggiata di J. J. Rousseau"

Lungo la “passeggiata di J. J. Rousseau”

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“Solstice d’été”

Per festeggiare il solstizio d’estate ce lo siamo scalato…”Solstice d’été” è una facile via a più tiri nel cuore degli Aravis.

Siamo con un amico e con sua figlia di dodici anni che oggi farà la prima via lunga della sua vita; procediamo al suo passo e devo dire che la sensazione è strana…piacevolmente strana: ultimamente io ed Enrico non abbiamo fatto che correre e inerpicarci ovunque e il più veloce possibile, al limite delle nostre forze ed energie. Ora invece, in questa dolce marcia, il corpo sembra non accorgersi nemmeno di stare camminando: abituate ad esplodere, le gambe restano fresche, lo zaino non mi pesa, il fiato non si scompone…tutto si concentra sulla bellezza del luogo, sui suoni, sugli odori…parliamo molto e tutta la nostra attenzione è per la piccola Livia.

Un comodo sentiero sale lungo il bosco fino a sbucare su un magnifico alpeggio. I campanacci delle mucche ed il loro odore mi scuotono per le spalle e mi dicono “ehi,sei in paradiso!!”. Mi capita spesso, sinceramente, di chiedermi che ci faccio in questo paese, lontana da casa e dagli affetti; momenti come questo mi danno la risposta. E mi stampano sulla faccia un godurioso e invidiabile sorriso.

Quando arriviamoa i piedi della parete troviamo già una cordata in azione e altre due ad aspettare il loro turno, il che ci dà l’idea contemporaneamente dellasemplicità della viae della sua bellezza. Ad essere bella è bella, in effetti, non posso che constatarlo mentre scalo questo spettacolare calcare (e mentre mi ustiono la schiena e i polpacci perché, contro ogni mia personale aspettativa, la via è esposta a sud est, ovvero sole pieno!). Livia scala senza paura e senza fatica: quest’inverno ha giocato molto ad arrampicare in palestra e questo la premia enormemente. La serenità sul suo sguardo mi fa pensare alla mia prima via lunga, quando non avevo 12 anni ma 23, ed anche se ero indicibilmente felice non potei fare a meno di provare un disarmante senso di vertigine e di sottile terrore al pensiero di avere la vita sospesa nel vuoto attaccata ad una misera fettuccia. Lei invece è tranquilla e nessun turbamento sembrra distrarla dalla felicità di questo bellissimo gioco; immagino guardi suo padre come un invincibile eroe e che si affidi a lui come a ciò che di più saldo c’è al mondo. Sono davvero felice di essere qui con loro a godermi la montagna in questo modo un po’ diverso dal solito e colmo di sensazioni.

Le placche de La Rosière

Le placche de La Rosière

La via continua ad essere magnifica ma, dopo il secondo tiro, le scarpette iniziano letteralmente a torturarmi. Mi pento profondamente di non aver portato con le dall’Italia quelle comode da montagna. Mi pento anche di aver smesso di arrampicare per tutto questo tempo e aver lasciato sparire i miei preziosissimi calli. Cosa c’è di più prezioso di un callo per un arrampicatore? Rimarrà dolorosamente impresso nella mia mente il penultimo tiro su placca appoggiata quel tanto che basta da lacerarmi dal dolore. Ma è per l’ultimo tiro che tornerò, coi piedi più forti, per quella canna meravigliosa e semplice, semplicemente da cavalcare tutta d’un fiato. Bella da morire! Putroppo non goduta abbastanza, scalata in una corsa furiosa per potermi finalmente togliere le scarpette dai piedi. Facciamo le doppie e questo è l’unico momento in cui Livia ha avuto un po’ paura, tutta sola col suo discensore a calarsi nel vuoto per decine di metri…quante emozioni per un piccolo cuore! Io ed Enrico la aspettiamo in sosta e ad ogni discesa sembra felicissima di rivederci.

"solstice d'été": il primo tiro

“solstice d’été”: il primo tiro

Raccogliamo le nostre cose e ci riavviamo verso il parcheggio. Livia è esausta e si aggrappa alla mano di suo padre, fierissimo di lei. Lui è felice di averle mostrato un po’ cos’è la montagna, la fatica che richiede, la soddisfazione impagabile che ne deriva. Le chiedo se le è piaciuto e lei mi risponde “J’ai adoré!“. Avrai di che divertirti qui intorno casa, ma belle!

Di questa giornata mi resta addosso una sensazione speciale, quella della scoperta e riscoperta di qualcosa di magnifico come la scalata, con la quale ultimamente avevo un po’ litigato. Il mio rapporto con questa disciplina è quanto di più travagliato si possa immaginare, un amore ed un odio che mi straziano e sollazzano allo stesso tempo, una voglia di mollare e di non smettere mai, una gioia, un dolore. Fino al mese scorso mi ero ripromessa che avrei appeso le scarpette al chiodo. Ma il richiamo della roccia è talmente forte che mi prende per i capelli e mi getta ai piedi delle pareti. È che a un certo punto avevo iniziato ad arrampicare con la rabbia e l’orgoglio quando tutto ciò che serve, invece, è l’entusiasmo (come i grandi sclataori della storia o i ragazzini di 12 anni).

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